Manlio Cortelazzo, Introduzione a No’ soło nónsoło.

La parte centrale di questo poemetto, di cui non si può negare l’originalità, è costituita da un lungo e fitto dialogo tra un sacrestano (il nόnsoło del titolo) – trent’anni di vita dura e sempre eguale – e un Gesù Cristo venetizzato, estremamente cauto nei giudizi e bonario nel tratto, sempre preoccupato di non offendere il suo interlocutore.

La premessa è la bizzarra processione di improbabili santi apparsi all’umile lavoratore, a dire il vero un po’ sul scorbutichéto, per rimproverargli una sequela di colpe, difetti, mancanze, peccati, che ha tanto esasperato il povero sacrestano (non del tutto innocente: arriva fino a sognare la trasmissione delle sue innumerevoli funzioni a suore e preti) da spingerlo ad appellarsi a Cristo in persona.

E Cristo, che viaggia in treno col suo zainetto, interviene, dolce, umile, un po’ sprovveduto, esprimendosi benissimo, alla buona, nello stesso dialetto del nónsoło: semmai mostra una certa difficoltà con il latino, tanto che fatica non poco a decifrare il testo della semplice iscrizione dedicatoria di una chiesa. Del resto la scelta del dialetto, come linguaggio familiare, l’unico adatto alla conversazione tra amici in grande confidenza, è stata molto felice, anzi, diremmo, necessaria, perché permette al protagonista di essere completamente sé stesso, con le sue piccole virtù e sottili malizie, che lo inducono a contestare al Cristo paesano atteggiamenti e opinioni. Il dialogo, talvolta prosastico, si svolge rapido e incalzante, manifestando la vera natura del sacrestano: misoneista, non accetta le innovazioni liturgiche, disapprova i manifesti e le canzoni moderne in chiesa, così strane nel loro discutibile italiano, l’edilizia ecclesiastica, che trasforma il tempio in un capannone, le messe del sabato, l’azione delle suore, il chiasso dei ragazzini, tutte cose che Cristo, molto più tollerante, cerca di giustificare e perfino di approvare. Per dare a questa surreale, ma non blasfema figura del Cristo, un’autentica fisionomia, basta leggere la sua divagazione sulla cucina celeste col ricordo di una cuoca romagnola, che ha confezionato in cielo un pasticcio sublime: beh, ’a ghémo / ’assàda anbientarse un fià / i primi giorni / ’ndar trovar questo, quéo / te sa come che ’a ze… / parenti, amìssi del sό paese / pò ’a ghémo messa sόto: / ooh, ’a te ga tirà su un pasticio / co’ ’a bessamèa / da inbalsamarse.

Si è detto della scelta felice del dialetto. Felice anche perché l’Autore ha un senso spiccato della lingua locale, come ha dimostrato nelle opere precedenti. Sia l’introduzione, sia la conclusione rientrano in quel gusto nomenclatorio, che gli consente di citare, in un tumultuoso scambio di registri e di versi bruschi, termini tipici del trevisano (istruttiva la rassegna dei giochi e passatempi infantili del passato, che una visita col Cristo all’asilo gli offre il  destro di descrivere)  e di lasciarsi andare  alla ripetizione di antiche filastrocche e, soprattutto, a quei frequenti giochi di parole, che tanto ama a  cominciare  dal  titolo stesso. Gli accostamenti formali sono inediti e mostrano tutte le possibili flessioni di una lingua, una meccanica festa di parole in libertà in stretto collegamento logico-fonetico: méti, ’dèsso, Cristo, che riva un cèo / de pasagio in céo. Anche le varietà dialettali non mancano di attirarlo: Pòc sarìa za su pa’ Conejan, Vitorio, te ga dovuo soportare / …vàra te me fa parlare padovan ’nca mi, ’dèsso…!.

Insomma il poemetto è un banco di prova di quanto può fare il dialetto, anche in confronto con l’italiano: e il paragone non è sempre a suo sfavore. Anzi!

 

 

Giuseppe Iori, Notiziario Bibliografico, periodico quadrimestrale a cura della Giunta regionale del Veneto, n. 50 del dicembre 2005.

Un’opera da leggere tutta d’un fiato, perché l’autore riesce ad avvincere fin dal primo verso quando presenta sapidamente il protagonista di questo poemetto, un nónsoło, che in dialetto significa “sacrestano”, che passa la sua vita in modo frenetico, inquadrato e definito subito nella sua personalità con termini di una pregnanza unica, grazie alla tipicità del dialetto trevigiano: il nónsoło infatti è ìspio, stantio, stuìo (’e séje), passùo (rispettivamente inacidito, bruciacchiato nelle ciglia, pasciuto). Francesco Crosato si muove perfettamente a suo agio in questo poemetto costruito e condotto in forma dialogica, adatto anche a una rappresentazione teatrale, in quanto usa il dialetto in maniera sublime e scorrevolissima, come dice giustamente nell’introduzione Manlio Cortelazzo: “l’opera è un banco di prova di quanto può fare il dialetto, anche in confronto con l’italiano, e il paragone non è sempre a suo sfavore. Anzi!”.

In effetti Crosato usa con sapienza le infinite sfumature del dialetto, giocando spesso sugli accostamenti equivoci o analogici delle parole, sui richiami fonici dei termini, su grafie diverse solo per gli accenti delle vocali che offrono quindi soluzioni diverse (cèo, vuol dire “bambino”, viene posto vicino a céo, che sta per “cielo”) ma nello stesso tempo simili come ritmo. Il tutto procede in modo da non lasciare respiro né al nónsoło, ormai incapace di arrestarsi anche per un attimo, né al lettore, anch’egli rapito dal linguaggio e dal ritmo incalzanti. Il fatto è che il povero sacrestano, che fa tutto e il contrario di tutto, a un certo punto si imbatte in una serie di santi tra il vero e l’immaginario, che lo colpiscono con i loro nomi fuori dell’ordinario (Santa Caéna, Santa Pase, Santa Passiénsa, Santa Marise, San Macario, San Macaco, San Turibio, San Piero Chanel, San Frumensio), che gli hanno fatto perdere la testa, per cui egli teme per la sua salvezza.

Si arriva così alla parte centrale dell’opera, ben descritta sempre da Cortelazzo: “un lungo e fitto dialogo tra il nónsoło – trent’anni di vita dura e sempre uguale – e un Gesù Cristo venetizzato, estremamente cauto nei giudizi e bonario nel tratto, sempre preoccupato di non offendere il suo interlocutore […], un Cristo che viaggia in treno col suo zainetto, dolce, umile, un po’ sprovveduto, che si esprime alla buona nello stesso dialetto del nónsoło, semmai mostra una certa difficoltà con il latino, tanto che fatica non poco a decifrare il testo della semplice iscrizione dedicatoria di una chiesa”.

Al termine del suo lavoro, diviso in dieci “quadri”, Crosato dedica opportunamente l’appendice a spiegare due scelte importanti, in primo luogo l’uso della grafia dialettale, che egli ha cercato di semplificare al massimo, e il problema della traduzione, soprattutto dei termini dialettali più difficili da interpretare, campo in cui egli ha optato per un glossario essenziale posto in calce al testo, a piè di pagina.

 

 

Paolo Leoncini (2005)

Aver portato sul terreno “basso” del parlato dialettale temi così ardui significa poterli scavare in profondità, lasciando che il linguaggio “si dica” nel suo ritmo spontaneo e inconscio. Questo “lasciare dirsi” del linguaggio ricorda il magistero morale di Giacomo Noventa (morale e non stilistico, perché uno dei pregi impareggiabili della poesia dialettale è la sua irriducibilità a paradigmi pre-esistenti).

 

 

Paola A. VacalebreDialogo in dialetto tra Gesù e un nónsoło, L’Azione, 2005.

Un titolo che è un gioco di parole. Un dialogo surreale. Un teatro in vernacolo. Una riflessione giocosa e a volte amara sulla propria spiritualità. Tutto questo è il poemetto in versi e dialoghi No’ soło nónsoło di Francesco Crosato, nato e residente a Treviso, docente di lettere, poeta e fine interprete dell’anima dialettale trevigiana.

Protagonista dell’opera è un sacrestano burbero, sul scorbutichéto (un nónsoło) con la sua fede anacronistica , fuori dalla realtà attuale che, spaventato dai suoi difetti e dai suoi peccati imputatigli da una sfilza di santi bizzarri – San Gisdèpo, san Macaco, santa Rua, san Frumensio, san Lancenigo… che lo scanòcia, lo  rùmega, lo varda storto de sbiègo -, chiede di poter parlare con Gesù Cristo in carne e ossa!

Ed ecco Gesù Cristo, zaino in spalla, pendolare del Paradiso che ciapando un fià el fià con fare umano pieno di comprensione e di ironia, ordina una “spuma” e parlando in dialetto intrattiene con lo sconsolato nónsoło un dialogo fitto fitto sui temi del dolore, della salvezza, della tolleranza, opponendo al suo misoneismo, la leggerezza della semplicità: se va trovar zénte – spiega il buon Gesù – se parla se va in piassa, védar come che ’a buta, se fa quatro paròe, se ridie… serio te devi essar serio dentro no fòra…

L’opera, in dialetto trevigiano ben studiato, è una profonda testimonianza tra il serio e il faceto, di un desiderio intenso di comprendere le radici della propria fede; una ricerca tutta personale di risposte a quella sete di libertà spirituale troppe volte intrappolata da paure e dubbi.

 

 

Elettra Bedon (2005)

Crosato ha saputo trattare un argomento che avrebbe potuto irritare qualcuno e scandalizzare qualche altro con rispetto, grande senso di umanità, sempre nella linea delle sue composizioni che sotto l’apparenza leggera, sotto il velo dell’ironia, dicono cose importanti.