Francesca Cursi, presentazione dell’autore a Funzione Arte Neno Moretti, 23 aprile 2015.

I sistemi di comunicazione sono molteplici e oggi particolarmente sofisticati; i più semplici ed efficaci partono dalla vista e dall’udito e riguardano le arti in generale; la musica, la pittura e la scultura, naturalmente, rappresentano sistemi che non necessitano di traduttori e interpreti. Ciascuno di noi prova un bisogno spontaneo e naturale di comunicare e lo fa attraverso la parola, quindi la lingua e la scrittura, ma qual è la lingua madre di ognuno?

La lingua madre è quella con la quale si pensa, tant’è vero che si può esser certi di conoscere bene un’altra lingua quando, spontaneamente, si cominciano, in quella, a formulare i propri pensieri.

Sul piano letterario il discorso si fa complesso: Kafka, ad esempio, scrisse in tedesco perché era la lingua che più gli avrebbe permesso di allargare la cerchia dei propri lettori, ma la sua lingua madre era il ceco; seppe però utilizzare, forse proprio perché non era la sua lingua madre, il tedesco in modo semplificato ed estremamente efficace. Il lessico familiare di Natalia Ginzburg, invece, è assai vicino alla lingua madre, in quanto rappresenta una sorta di lingua privata, in cui le parole sono cosparse di termini dialettali e personali in uso solo nella sua famiglia.(…)

Per quel che riguarda lo scrittore e poeta Francesco Crosato, l’effetto a tutto tondo della sua arte colpisce in pieno: non c’è ambito letterario che non sia stato da lui esplorato e sperimentato con esiti eccellenti ed efficaci. La famosa scrittura creativa ha in lui un degno rappresentante, perché l’espressività che emana dai suoi scritti riprende temi universali sia in italiano che in lingua veneta (o anche  con connessioni tra le due lingue), tenendo sempre presente il bisogno di divertire e divertirsi, di proporre e proporsi.

Sia che adotti l’una o l’altra lingua, Crosato non manca di stupire per sagacia,  divertimento; anche quando tocca temi importanti, lo fa in modo semplice, con linguaggio scevro da intellettualismi che lo complicherebbero e lo renderebbero meno accessibile: per lui ciò che conta è colpire mente e cuore direttamente e in profondità.

Pur laureato in filosofia, ha optato per l’area letteraria e artistica come sistema privilegiato di comunicazione e ricerca: essa va oltre i limiti di ogni specifica espressione e le abbraccia tutte, sintonizzandole.

Il suo è un linguaggio ricco di emozioni, di toni su toni, di semplicità ed ottimismo, ironia e intimismo; lo spaziare tra temi vari e diversissimi ne dimostra la versatilità e la completezza.

La lingua veneta in particolare è caratterizzata da rimandi personalissimi, legati a ricordi di vita che esplorano mondi infantili e simbolici.

Le fiabe sono per bambini perché divertono, ma anche per adulti perché ne spiazzano le soluzioni logiche.

Il suo piacere di raccontare l’ha fatto incontrare anche con pittori e disegnatori, artisti famosi e non: con loro ha intrapreso numerose avventure creative.

Ciò che colpisce in Francesco Crosato è la molteplicità dei linguaggi che utilizza, la competenza e al tempo stesso la profondità dei suoi contenuti che ci invitano spontaneamente alla riflessione e all’approfondimento.,

Grazie alle sue opere, sia brevi che complesse, si può ridere con saggezza e piangere con leggerezza.

E’ da segnalare inoltre che nel momento in cui affronta la lettura di un testo, sia in prosa che in poesia, emerge con naturalezza la sua grande capacità espressiva teatrale che ne mette in luce le complesse possibilità e soluzioni stilistiche.

Le corde del suo linguaggio abbracciano, assieme alla voce e alla postura, una spontaneità e sapienza che ne valorizzano gli effetti comunicativi.

 

 

 

 

 

 Elettra Bedon

L’immagine mentale che rimane di Francesco Crosato dopo aver letto le sue due prime raccolte poetiche (Cos’hai che non parli…? e S’ciantìzi) è quella di un uomo d’oggi che sa ridere di se stesso (anche se a volte viene il dubbio che lo faccia quasi come… scongiuro), che accetta di sentirsi – di sapersi – confuso, indefinito. Ma aperto alla vita, disposto a ricominciare.

Non mi ha stupito affatto sapere che scrive “anche fiabe”: devono essere di quelle da leggere ai bambini, perché siano gli adulti a goderne per primi.

Devo dire, in generale, mi sono trovata d’accordo col presentatore della prima raccolta in italiano. La prima sezione di questa (Il sottoscala), ridà vita ad un’infanzia che sembra essere stata la base di una ricca crescita umana; vi campeggia la nonna – che ci si immagina ruvida ma rassicurante – la cui casa è il punto di partenza verso un mondo favoloso. Oltre a questa sezione, mi è piaciuto il divertente ritratto personale di Passavamo i giorni a far aste…, tutta la sezione Pannocchie e autogrill, dove si alternano il bambino e l’adulto (ma un bambino visto con occhi da adulto…), e le poesie raccolte sotto il titolo Alla fiera di Mastro André.

La prima di queste è una “fiera” di immagini, di parole, di suoni che si ripetono, si rincorrono, evocandola con grande efficacia. L’ultima mi è sembrata… fuori luogo, non è più il bambino che parla, che vive, trascinato dall’immaginazione: è un adulto che – quasi sottovoce – dichiara che le lampadine “migliori” sono quelle che danno tutte se stesse per un attimo di luce.

Della sezione Primo viaggio d’amore ho trovato belle – e ancora dette quasi sottovoce – E’ così piccolo l’universo, Vorrei uccidere, Sulle tue acque, Tu sai…, Con le mani sul mento. Mi sono domandata se in Fuori piove la presentazione grafica voglia evocare il “gocciolare”, verbo che si trova, nel testo.

Per l’idea che io ho della poesia, mi sono piaciuti meno i testi “epigrammatici” – non perché non li abbia apprezzati, ma perché – appunto – non li sento come poesia.

L’ultima poesia della raccolta, quella in dialetto, mi porta a parlare di S’ciantìzi che ho trovato – nella sua apparente semplicità – ricca di colore (e di calore), intelligente, in cui l’adulto lascia piena libertà al bambino che vive in lui, e li si sente ridere insieme, in un rincorrersi e sfidarsi a produrre suoni.

Nella raccolta in italiano, quasi soltanto nella Fiera… si trovano rime abbondanti, e giochi di suoni, ma in S’ciantìzi (ed è certo il dialetto che lo rende più facile) ci si ubriaca di rime e di giochi di suoni – per questo dico “apparente semplicità” e “intelligente”.

Uno dei giochi di suoni che ricorre di più – a cominciare dal titolo, e dalla prima poesia – è l’alternarsi della esse sorda e sonora. Le rime, spesso interne, cominciano ad apparire in Gramégna, aumentano in Lanpa lanpa poro Dario, e sono, baciate, alla fine di ogni verso nella prima parte di Orasion al lanpadario.

Aguasso sul mar… è un esempio di quello che dicevo prima, quello “sfidarsi a produrre suoni” tra l’adulto e il bambino (nel poeta): Dormo e conto… e …E una e ’na do… che seguono sembrano segnare una pausa, un riprendere fiato, e leggendo El mondo int’el mastèl si capisce perché: qui infatti non si tratta tanto di rime quanto di puri suoni, di accenti, in una infilata di vocaboli: per esempio tutte le parole che iniziano per esse, o per in, seguite da una o due consonanti, o tutte quelle in cui si ripete, quasi ossessivamente la esse sorda.

Britòe bande…, un lungo elenco di vocaboli, riporta vivido un mondo che non esiste più, non solo perché è il mondo dell’infanzia del poeta, e quindi il passato, ma perché il dialetto che li nomina non è probabilmente più quello parlato oggi, e il falò segna la fine degli uni e dell’altro.

Lo scioglilingua che chiude la raccolta è soltanto un altro ricordo d’infanzia, o il poeta si riconosce – ancora una volta con autoironia – nei “quatro ladri da stròpe” che si allontanano con “e stròpe” (le poesie) nel caréto carioeà (la raccolta)?

 

 

 

Paolo Leoncini (2003)

Dei due volumi di versi, entrambi validi e significativi (Cos’hai che non parli…? e S’ciantìzi), quello che ha suscitato maggiore “approvazione” da parte mia è S’ciantìzi, ovvero la raccolta di poesie in dialetto, sinceramente molto intensa e “raggiunta” quanto a livello stilistico-espressivo.

Anche  Cos’hai che non parli…? presenta delle ottime qualità, ma , per così dire, possiede meno “respiro”, meno “vis” comunicativa. Quel ritmo “strozzato”, incalzante, densissimo che si realizza in un trevigiano atavico, perde un po’ il suo movente… italianizzandosi.

O forse la resa dialettale rivela una più natura capacità espressiva, dovuta anche alla rilevante successione cronologica (dal 1994 al 2000) – non so – ma quello che posso dire è che si tratta di un testo di alto significato, non solo nell’ambito propriamente letterario, ma anche in quello della testimonianza sociale di una vita quotidiana ormai sradicata, ma che nei versi di Crosato  mantiene l’impronta di un forte e indeperibile significato umano.

 

 

 

 

Chiara Voltarel, Parole come immagini nella poetica di Crosato, Il Gazzettino, rubrica “L’Autore”, maggio 2008.

Parole che si accompagnano, rincorrono, danzano sulla pagina: sono strumenti in orchestra tra loro. Suoni, vibrazioni, immagini. Tutto nasce dalla poesia e genera altra poesia. Le composizioni di Francesco Crosato si offrono quali opere d’arte dalle mille sfaccettature. I versi si trasformano in immagini o si amalgamano con esse entrando in simbiosi con dipinti di artisti contemporanei, sviluppando una poesia visiva. Ha composto per Lino Dinetto, Giorgio Celiberti, Angelo De Martin, Santorossi, Marco Bellotto e Silvano Brancher.

La sua penna verga le pagine. Un percorso vario, eclettico, infine uno stile che spesso si affida a una sola parola per creare un verso, ponderando gli spazi, riconducendo ogni elemento all’essenziale.

La sua prima pubblicazione è Cos’hai che non parli…?, una raccolta di poesie in lingua italiana che sviluppa nella prima parte il tema dell’infanzia, la casa della nonna, la scuola elementare. Scorrono le pagine e tutto si può trasformare in un gioco: le asticelle, le “i”, fanno sognare, suggeriscono la lentezza della scuola di un tempo, ricordano quelle lezioni che tanto stimolavano la fantasia dei bambini.

Così, una serie di calligrammi citano le fiere di San Luca e i termini richiamano al significato. Seguono le poesie d’amore, alcune più intimistiche, altre più ironiche.

Ma è la musicalità della lingua dialettale ad affascinarlo, la recupera, esaltandone nei versi la sua forza, il ritmo, rielaborandola anche con sapore giocoso, dipingendo immagini fresche e restituendo una lingua viva.

Il suo vernacolare si esprime in raccolte di poesie come S’ciantìzi o nel poemetto No’ solo nonsolo, versi e dialoghi per un teatro in trevigiano che incarna nella figura del sacrestano l’uomo del nord est. Il nonsolo è infatti un indaffarato, senza un momento di respiro ed un gioco di parole lo ritrae precisamente: il “non solo” sta a suggerire che il protagonista, il sacrestano, è impegnato in innumerevoli attività. Il dialetto, il linguaggio diretto, si presta perfettamente al racconto dove il tema della religione e il senso di colpa vengono trattati con ironia e, nello stesso tempo, possono essere interpretati con taglio psicologico.

Gli ultimi lavori sono veri e propri giochi linguistici. “Afo e Afa”, “Ago e Aga” fino a “Zip e Zap”. Seguendo l’ordine alfabetico, Crosato immagina l’incontro tra parole ed è un amore a prima vista quello che le unisce e le spinge in una metamorfosi. Brevi storie, poche righe, un duetto di significante e significato che, anche in questo caso, è sostenuto da un risvolto psicologico.