Miniguida in versi, ovvero un modo per segnalare, con ironia e leggerezza, dove si possa “mangiar bene spendendo poco” a Treviso (e dintorni) a mezzodì; la qualità del cibo, certo, ma anche l’ambiente, il servizio, la zona circostante che, magari, riserva qualche piccola sorpresa artistica.
In un periodo di crisi, dunque, un segnale in positivo anche di ringraziamento verso chi, con creatività e gentilezza, migliora la nostra vita quotidiana, sempre così trafelata.

 

Al Mandrillo

Se vuoi meditare,
oh nobil viandante,
prima d’entrare
al Mandrillone
ti puoi sprofondar
sulle sue accoglienti, pur grigie,
poltrone, lungo il ciglio della strada
che porta alla Serenissima
Repubblica di Venezia
e magari sorseggiar,
come Calindri,
in mezzo al tumultuoso incrocio,
il famoso digestivo
a base di carciofo.

Puoi contemplar, poi,
una volta entrato,
dalle luminose vetrate
l’ubertoso giardino incantato
e, in alto, il bel soffitto ligneo
che scende
dolce
dalla parete ex arcobaleno
tra lampade soffuse
al tungsteno
(belle e gentili
le cameriere).

Un primo col contorno
(primi mai banali)
qual menù a mezzogiorno
o un secondo col contorno
o un piatto unico
come il totalitario partito
o il cupo pensiero
(acqua vino e caffè
compresi).
Il su eccitato
turgido Mandrillo
s’erge, dunque,
lungo il Terraglio
in faccia a pudiche suore
francescane, le cui lunghe sottane
van su
e giù
tutto il santo giorno
lungo il santo chiostro
davanti a un laico chiosco
dove, un tempo,
si ricostruivano
le unghie
già laido chiosco
di benzina
(come a Montebelluna
di fianco alla falsa goticona chiesa
dove ora si mostrano
lussuosissimi calzari dorati
scientificamente e trasversalmente
bucati).

Ma sepolto sia qui
che lì, ribolle ancor incandescente
l’oro nero
il dannunziano fòco
anche se la nostra località
richiama dolce il soffice tenue velo
delle Grazie.

Di spalle intravedi,
in fondo, nelle terse giornate
se gli occhi strizzi
la villa della bella Isabella
Teotochi Albrizzi
amante di quel mandrillone
d’un Foscolo:

All’ombra del Terraglio
di fianco all’unghie
smaltate di rosso
è forse il sogno
del mandrillo
men duro?

 

 

Al Radicchio Rosso

Dopo aver
trionfalmente varcato
col tuo calesse sgangherato
le cinquecentesche mura cittadine
violando la sabauda  porta Carlo Alberto
(provenendo, quindi, dal, si dice, fortunato
Ponte della Gobba) approderai
nei pressi della scuola elementare
Giovanni Prati,
romantico poeta risorgimentale,
o, se lì non troverai  dove far riposar
il tuo ansimante ronzino,
potrai sempre spingerti oltre confino
ai piedi della wrigthiana
Villa sui Bastioni
dell’architetto Tramontini
(quello della chiesa
di San Martino).

Se anche lì, oh sfigatello,
non troverai da parcheggiare
ripercorrerai paziente le mura antiche
ripasserai sotto al ruggente
Gran Leone di Sa Marco
(com’è giusto, restaurato,
visto il nome, dal Lions)
risalirai il fiume
e risaluterai nervoso
il Ponte della Gobba
che non ti ha portato,
evidentemente,
granché fortuna
e addio, mio caro,
all’agognato pranzo
(io stesso, giunti
a questo punto,
al tuo tragico destino
e ancor più drammatico
digiuno, ahimè,
tristemente
t’abbandono).
Se sei riuscito, però,
a legare a un qualche albero
il tuo ronzino, senza dover
rientrare nella schifosa puttiana
giostra, a piedi farai marcia
indietro, e raggiungerai
il retro (da poco sistemato)
di Santa Maria Maggiore
(Madona Granda)
che, come un materno
mariano manto,
sulla piazza t’accoglierà
con le sue campane a festa
come un cavaliere medievale,
lancia in resta.

Istintivamente,
allora, leverai lo sguardo
per coglier l’ora
(che sempre, lo capisco,
un po’ t’inquieta)
ed essa emergerà
dall’orologio eterea
alla sommità del tozzo ma elegante campanile
col suo disegno strano:
un ricamo di pizzo
intravisto tra le calli
di Burano.

Uno sguardo all’antica casa
(davanti alla facciata
della chiesa)
un’occhiata
sotto i portici
alla madonna con bambino
(guardando la chiesa
dal lato mancino)
ed ecco lì, sull’angolo,
(gettando lo sguardo
a destra, rispetto
alla chiesa di Maria)
l’agognata
osteria.

Una lavagna
sull’entrata  t’indicherà
le leccornie di giornata:
spaghetti alla chitarra
linguine di gatto
con funghi e gamberi
oppure, qual secondo,
filetto di pesce persico
al limone, sì,
anche a mezzogiorno
(cito così dal menù
d’un qualsiasi
mercoledì).

Sarà, forse l’entrata
assai popolata
di gente,
in attesa dolce
e lieta,
ma tu non innervosirti,
puoi scorrere il giornale
mentre aspetti,
anche perché,
mio caro amico,
il prezzo sarà,
se sceglierai,
alla fine,
naturalmente, solo il primo
o il secondo col contorno
(acqua vino caffè compresi)
perfino al di sotto
del nostro, pur modico,
inviolabile
confine rosso.

Bei tavoli
clima familiare
piacevoli cameriere
foto d’epoca
o incisioni
di Treviso antica
alle pareti
e, sulle tende,
il bel logo circolare
del locale
coi bei ciuffi
al centro
dei nostri rossi radicchi,
una sorta di gioiosi
Pennacchi,
come l’autore,
pur non del tutto certo,
della delicata madonna
con bambino dell’affresco
(va’ va’ a controllare
se non ti fidi…).