Venti brevi fiabe in chiave moderna: ogni fiaba inizia con una foto in bianco e nero che rappresenta il dato di partenza reale; quest’ultima poi, elaborata e trasformata dalla fantasia, si trasforma in fiaba per concretizzarsi infine visivamente attraverso un’illustrazione.
Filo conduttore sono gli oggetti presenti all’interno di un appartamento; troveremo ad esempio la foto di una strana impronta su un divano che diventerà una fiaba in cui si racconta di un appartamento popolato di pecore (Ulisse e le pecore); la foto di un coltello ai bordi di un secchiaio che si trasformerà nella fiaba di un pescespada che abbandona il mare per stanchezza e noia (La fuga del pescespada); la foto di un grande e di un piccolo lampadario che si trasformerà nella fiaba di un sole che, stanco di scaldare la Terra, se ne va in ferie nel firmamento a pescare, sostituito provvisoriamente e maldestramente da una luna (Il sole in ferie), e così via.

 

Ulisse e le pecore

Una sera, Ulisse entrò in casa e trovò una pecora in piedi sul divano del soggiorno: se ne stava immobile con le zampe affondate nei soffici cuscini di velluto e lo fissava coi suoi occhioni neri e profondi.

Un po’ turbato Ulisse si avviò in camera per posare il cappotto e, aperto l’armadio, trovò un’altra pecora in mezzo ai vestiti: allargando le narici, respirava il denso odore di naftalina.

Ulisse teneva ancora la gruccia in mano, quando sentì un beee… dal bagno: un terzo ovino stava ritto sulla vasca, scivolando ogni tanto sulle zampe.

Ulisse decise allora di uscire sul terrazzo per rinfrescarsi un po’ le idee, ma un pecorone spuntò dalla cucina: si avvicinò alla ringhiera, infilò il muso nella grata e, con calma, respirò la salubre aria della sera.

La casa era tutta un belato: beee… dalla camera, beee… dal bagno, beee… dal soggiorno…

A Ulisse non restò che guadagnare piano l’uscita e andare a dormire in macchina.

 

 

Ometti neri in camera

Morfeo, ieri pomeriggio, come al solito, andò a riposarsi; s’addormentò guardando gli strani giochi di luce che filtravano dalle persiane: ometti neri correvano avanti e indietro tra le fessure.

Gli ometti, poco dopo, cominciarono a scendere e ad invadere la stanza: alcuni gli penetrarono negli orecchi, altri nel naso, uno andò a finirgli anche in bocca.

Neri dalla testa ai piedi, portavano nere scarpette di vernice, nere bombette, e ridevano emettendo uno strano i-ì!…

Alcuni si slacciarono le scarpe e si stesero sul letto, altri si misero ad eseguire strani esercizietti ginnici sul tappeto, un ometto-chef, con una nera tubina in testa, preparò il pranzo per tutti: neri spaghettini calati in un’acqua nera e bollente, conditi con nere seppie!

Un numerosissimo esercito di ometti, nel frattempo, avanzava alla guida di minuscoli neri carri armati che vennero legati alle gambe del letto: pian piano, gli ometti lo trascinarono sul terrazzo, lo sollevarono e lo lanciarono giù in giardino.

Il letto andò a posarsi sulla punta di un pino e gli ometti neri, ormai qualche migliaio, si misero a ridere dall’alto col loro sadico i-ì!…, lanciando in aria le loro nere bombette.

Morfeo sollevò appena una palpebra, poi riprese tranquillamente a dormire con la testa sotto il cuscino e una gamba penzolante nel vuoto.

 

 

La fuga del pescespada

Un pescespada, stanco di vivere nel mare, decise di raggiungere la spiaggia: appena uscì dall’acqua, i bagnanti scapparono per la paura; solo un bambino, di nome Bósego, capì che quel grande pesce appuntito voleva semplicemente divertirsi, e si mise a giocare con lui a palla.

Le cose all’inizio andarono bene, finché il pescespada, inesperto, forò la sfera da parte a parte: Bósego se ne andò singhiozzando con la palla moscia tra le mani e il pesce, solo e triste, si allontanò dimenandosi verso la pineta.

Per due giorni si aggirò tra le piante, finché finì tra i pesci rossi della vasca di una grande villa; sarebbe rimasto lì tutta l’estate se Saturnino, bimbo viziatissimo che abitava quella casa, non avesse segnalato col suo petulante ditino l’insolita presenza a due delle sue numerosissime cameriere.

Non appena queste presero a gridare, il pescespada abbandonò gocciolante quella villa così poco ospitale e raggiunse l’autostrada per realizzare un suo vecchio sogno: trascorrere qualche giorno a Roma, nella fontana di Trevi!

Un camionista che trasportava surgelati, notato il pescespada con una pinna alzata, lo infilò nella cella frigorifera, tra filetti di sogliola e tonni, e lo scaricò ai piedi del cartello con su scritto “Roma”.

Non appena riuscì a scongelarsi, il pescespada raggiunse il centro della capitale e, tra lo stupore dei turisti, puntò in alto lo spadone e si tuffò nella fontana di Trevi, dove si mise subito ad ingurgitare le monetine sparse sul fondo, un po’ perché aveva fame, un po’ per rinforzarsi lo spadone.

Per questo suo comportamento sconveniente, venne invitato dai vigili urbani ad andarsene: i turisti giapponesi lo salutarono malinconici, perché non rimaneva loro più nulla di originale da fotografare, e un qualche sconforto assalì anche il nostro pescespada che cominciò a comprendere cosa voglia dire sentirsi come un pesce fuor d’acqua.

 

 

Il sole in ferie

Molto tempo fa, il sole, stanco di scaldare e illuminare la Terra, decise di riposarsi qualche giorno; trattandosi, però, di un sole responsabile, non se la sentiva di lasciare completamente al buio il mondo e chiamò in suo aiuto l’amica luna.

I due si diedero appuntamento dietro le montagne: il sole confessò alla luna di essere un po’ esaurito e la luna, sensibile com’era, gli promise che, l’indomani stesso, si sarebbe innalzata al suo posto nel cielo!

Pazzo dalla gioia, il sole, staccata l’enorme spina che lo teneva acceso, prese una lunga canna e se ne andò a pescare in un lontano pianeta del firmamento.

Il mattino successivo, la luna già si sforzava invano di scaldare e illuminare la Terra: più il tempo passava, più la gente imprecava contro quello strano sole che non faceva il proprio dovere.

La luna si spense dalla vergogna.

Una sera, scese, come sempre, dietro i monti per spogliarsi degli abiti sfolgoranti da sole e rimettersi i delicati e pallidi abiti da luna, quando un rude scalatore la vide, abbandonò la parete di roccia su cui stava sospeso, e scese a valle per dare l’allarme.

Sul primo momento, gli uomini si arrabbiarono, poi, si resero conto che il sole effettivamente lavorava troppo e gli inviarono una brevissima lettera: – Caro Sole, torna sulla Terra, ci metteremo d’accordo…!

Il sole, girò e rigirò quel pezzo di carta tra le mani, sbuffò, imprecò, poi, lentamente si sollevò dal pianeta su cui stava sprofondato da giorni e, canna in spalla, continuando a bofonchiare, riprese la lunga via del ritorno.

La pesca era andata abbastanza bene: nella grossa borsa solare, stavano accatastati decine di ufo, centinaia di dischi volanti e migliaia di meteoriti; il periodo di riposo gli aveva indubbiamente conferito: il sole s’era assai ingrassato e illuminato, a forza di sgranocchiar stelle cadenti che gli passavano accanto mentre pescava!